Maria Quinz

Un tuffo nella magia del passato: una sera di fine estate al castello di Lebenberg
Pubblicato su Greatthings from…Issue 01/2020.
Entro nella Sala degli specchi nell’attimo in cui la magia pare compiersi. Questa è l’ora in cui la luce gioca a riflettersi infinite volte, nell’avvolgente sala roccocò. Vedo i miei tanti volti riprodursi negli specchi veneziani, tra pulviscoli di luce. Accenno un passo di danza e la mia immagine si moltiplica, riempiendo di sé la sala.In quest’ora solitaria, mi pare di udire gli echi della festa. Le risate di dame imbellettate, strette al braccio dei loro cavalieri, sembrano risuonare ancora, allegre e vezzose, nell’illusione della sera. Risento le note dei violini e rivedo le cento candele ardere di scintille, tra ori, bagliori e gonne che fluttuano lievi. Sfioro con la mano la stufa bianca in maiolica, finemente cesellata e i tasti del pianoforte. Il suono ripetuto del mio nome mi riporta, con un sussulto, alla realtà. Saluto la sala degli specchi con un ultimo sguardo, che vorrebbe abbracciare tutto e scappo via leggera. Mi piace farmi rincorrere per le stanze del castello, che non sembrano finire mai. Le prime ali del maniero furono edificate dai Signori di Marlengo, già nel XIII secolo. Attraverso la Sala dei cavalieri, un luogo che mi attrae, ma che mi incute anche timore. I volti della famiglia Fuchs von Fuchsberg, proprietari del castello tra il 1426 e il 1828 (per dodici generazioni), sembrano osservarmi dall’Olimpo del loro albero genealogico. Sono 264 paia di occhi che mi guardano dai dipinti, severi e altezzosi, quasi spingendomi a sgattaiolare via. Ho la sensazione di potermi smarrire tra queste mura, anche se ho esplorato ogni angolo degli edifici. Costeggio l’imponente Sala delle armi, che ha il sentore intenso di prodezze antiche. Mi raggiungono delle voci che provengono dalla Stanza napoleonica in stile impero. Sembrano invitami a entrare; a godere del calore della stufa, tra mobili eleganti e preziose pareti dipinte. Mentre corro veloce, con la coda dell’occhio vedo i lavoranti nei cortili medioevali fioriti, affaccendati nelle mansioni quotidiane. C’è gioia in queste persone che, al tramonto, si affrettano a terminare i mestieri, prima del sopraggiungere della sera. Raggiungo il geometrico labirinto verde, dell’elegante giardino alla francese e mi precipito a rotta di collo verso la vigna. Costeggio le vestigia, sopravvissute al tempo, dell’antica Cinta muraria. Mi sembra di udire dei rintocchi ritmici di un campanaro, che arrivano da lontano penetranti e vividi, come un richiamo. La cinquecentesca Cappella di Santo Stefano rimane silenziosa. Mi siedo su una grossa pietra. Da qui vedo i filari delle vigne susseguirsi a perdita d’occhio, degradando simmetrici e ordinati. Amo questo luogo, la vista sulla conca di Merano e il profumo carnoso di frutta matura che c’è nell’aria. Il sole sta calando, portando con sé l’oscurità. Afferro un grappolo d’uva, che mi macchia le mani e il volto, mentre lo addento assetata. Sento improvviso un brivido. Devo affrettarmi. È ora di fare ritorno al castello, prima che faccia buio.
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